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Il Castello di Monticello d’Alba è il castello più “vero” e “vivo” del Roero. Sorge su di un piccolo monte, a circa 400 metri di altezza, da cui il nome al paese e quindi al castello. La costruzione, molto imponente, è la più integrata e meglio conservata di tutte quelle medioevali del Piemonte. È però certo che nel XII secolo dovette esistere una fortificazione sul colle di Monticello perché se ne ha menzione nel Codex Astensis. Nel 1348, come si è visto prima, il Castello passa ai Malabaila che lo potenziarono molto. All’inizio del Quattrocento esso era comunque molto rovinato cosicché i Roero dovettero apportarvi diversi restauri, munendolo anche di nuove difese, di spalti, di torri e di caditoie che gli diedero il ferrigno aspetto attuale.

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All’inizio del Seicento sarà Onorato Roero, gentiluomo di camera di Carlo Emanuele II di Savoia, a predisporre delle modifiche alla parte interna della costruzione per migliorarne l’abitabilità. Altri lavori verranno poi decisi da Laura Damiani di Priocca, moglie di Bernardo Francesco Roero, nel 1706. Ma la trasformazione più importante, e che a noi interessa di più, è quella voluta nel 1787 per il matrimonio di Francesco Gennaro Roero, Tenente Generale, Gran Croce e Gran Maresciallo dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e viceré di Sardegna, con la marchesa Paola del Carretto di Gorzegno. Di questa trasformazione, iniziata nel 1785, venne incaricato il Conte-Architetto Carlo Emanuele Rangone di Montelupo, comandante delle Milizie albesi.

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Del Rangone, valente architetto e disegnatore, non si hanno che scarse notizie, tra le quali quella che fu l’autore del campanile della chiesa parrocchiale di Alba. Suo è il progetto della scala doppia costruita intorno alla torre rotonda, successivamente eliminata a causa di un terremoto nel 1881. Il progetto porta la data del 1787, e la sua firma. La scala era di gusto barocco, con nicchie ovali e riquadri in stucco lungo le rampe: il Rangone voleva dare al castello uno scalone importante, scenografico, che mostrasse con solennità la magnificenza della casata.

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Sempre in occasione di questi lavori si procedette a togliere tutti gli elementi difensivi come il ponte levatoio, ostruendo così il fossato e costruendovi un giardino; al primo piano si aprirono grandi finestre rettangolari, al secondo piano si realizza la Galleria di Diana (splendidamente affrescata dai fratelli Galliari), mentre gli ultimi due piani furono volutamente esclusi dai restauri; la collina venne sbancata e terrazzata per l’allestimento di giardini pensili ora scomparsi. In questo modo il castello acquistò l’aspetto di una piacevole dimora di campagna. Ciò che sicuramente si deve riconoscere al Rangone è di aver fatto queste trasformazioni senza alterare l’aspetto originale della costruzione.

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È poi del 7 ottobre 1827 il progetto dei Giardini che l’architetto-giardiniere-ingegnere idraulico Saverio Kurten (Buhl, 1811), già autore del parco del castello di Racconigi nel 1820, realizzò su ordine del conte Francesco Gennaro Roero.0001 In ossequio alla tradizione romantica inglese della prima metà dell’Ottocento, egli si dedica esclusivamente alla progettazione di giardini puntando sulla bellezza della natura pura e semplice, sfruttando le qualità del paesaggio esistente. Il “Jardin moderne angloise” racconta come il Kurten abbia saputo sfruttare tutta l’estensione della proprietà per rendere le passeggiate più lunghe e piacevoli. I sentieri, tortuosi e irregolari, sono l’elemento dominate. Essi si allargano in tante direzioni per dare respiro e consentire l’apertura di piazzole con laghetti e belvedere; gli alberi accompagnano tutte le stradine fino a formare un bosco fitto e tenebroso che rendono il luogo ancora più misterioso e suggestivo

 

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